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      05/03/2020 - 

    “Divorzio all’inglese”: tutto quello che c’è da sapere sulla Brexit

    23 giugno 2016 -  Gli elettori inglesi votano tramite referendum per l’uscita del Regno Unito dall’UnioneEuropea: 51,89% contro 48,11%, pochi voti di scarto che hanno, però, portato alla Brexit!

    La Gran Bretagna vuole uscire dall’Unione.

    Oltre 3 anni e mezzo di crisi e incertezze culminate con l’uscitaufficiale del Regno Unito dall’Ue il 31gennaio 2020.

    Ma quali sono le conseguenze di questo “divorzio”? Cosa cambia per i travelers

    Partiamo alla volta della Gran Bretagna per un excursus sulle tappe fondamentali della Brexit!

    Pronti? Salite a bordo, TiNoleggio vi accompagna a Londra e dintorni!

    “Should we stay or should we go?”

    Parafrasando la celebre canzone dei The Clash - “Should I stay or should I go?” – scopriamo il quesito al quale sono stati sottoposti i cittadini britannici il 23 giugno 2016:

       «Should the United Kingdom remain a member of the European Union or leave the European Union?»

      «Il Regno Unito dovrebbe restare un membro dell'Unione europea o dovrebbe lasciare l'Unione europea?»

    Brexit

    Fonte: https://it.wikipedia.org/

    "Remain a member of the European Union"
    "Restare un membro dell'Unione europea"

    "Leave the European Union"
    "Lasciare l'Unione europea"

    Brexit

    Fonte: https://it.wikipedia.org/

    Il voto manifestò una spaccatura tra le nazioni del Regno Unito, infatti, la maggioranza di Inghilterra e Galles votarono a favore all’uscita mentre la maggioranza di Scozia e Irlanda del Nord votarono per rimanere nell’UE.

    Fatto sta che il Referendum sulla permanenza del Regno Unito nell'Unione europea si concluse con un voto favorevole all’uscita.

    Ma chi lo ha indetto e perché?

    Un Referendum consultivo non vincolate

    Tutto ebbe inizio nel novembre del 2015, quando l’allora Premier David Cameron, nel tentativo di mettere sotto pressione Bruxelles per negoziare nuovi accordi con l’UE, indisse un referendum consultivo nonvincolante sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione.

    Cameron era convinto della vittoria del “Remain”, e sperava che con la percentuale “pro-leave” potesse acquisire potere negoziabile da sfruttare per rivedere la gestione dei flussi migratori, problema a lui caro.

    Ma le cose non andarono come aveva pianificato.

    Il 24 giugno 2016, dal numero 10di Downing Street il Premier David Cameron rassegnò le sue dimissioni; non continuò il suo mandato perché fortemente intenzionato a rimanere nell’UE e anche perché convinto che la Brexit sarà ingestibile.

    Brexit

    Fonte: https://www.nationalreview.com/

    “Il dado è tratto”

    Non si torna indietro: gli elettori britannici hanno scelto, e non accontentarli sarebbe un tradimento alla democrazia.

    Le ragioni che hanno portato il 51,89% della popolazione a optare per il “leave” sono riconducibili alla crisi finanziaria – del 2008 – e alla questione dell’immigrazione.

    Ma a dirla tutta, il Regno Unito si è sempre tenuto a debita distanza dall’UnioneEuropea (basti pensare alla decisione di star fuori dalla zona euro mantenendo la propria moneta), sia anche per quella distanza geografica che lo separa fisicamente dal resto dell’Europa.

    Brexit

    Dall’articolo 50 al “No Deal”

    Il primo passaggio da compiere per uscire dall’UnioneEuropea è l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona.

    Il Trattato di Lisbona, sottoscritto dai paesi membri nel dicembre del 2007, contempla infatti la possibilità di abbandonare l’UE, e nello specifico l’uscita di uno stato membro è regolamentata dall’articolo 50 del suddetto.

    L’art. 50 stabilisce che: “1. Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall'Unione. 2. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l'Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l'Unione. […] 3. I trattati cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell'accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica […]”

    Si aprono, quindi, i negoziati tra Regno Unito e Bruxelles con l’obiettivo di trovare un compromesso che possa arginare le ricadute negative derivanti dall’uscita dall’UE. Parliamo della necessità di rinegoziare su tutte le questioni economiche, dei diritti dei cittadini, accordi sulle frontiere ed eventuali controversie. Inoltre, va anche stabilito il “prezzo” d’uscita per la Gran Bretagna

    Theresa May, nuovo premier dopo Cameron, dopo lunghe trattative arriva a un accordo per la Brexit con l’UE, il quale nei punti cardine prevede che:

    • Il Regno Unito debba corrispondere all’UE circa 39 miliardi di sterline per uscire dall’Unione.
    • Niente dazi, controlli doganali o restrizioni commerciali.
    • Impegno a preservare la stabilità finanziaria nel rispetto dell'autonomia delle parti nelle regolamentazioni e nei processi decisionali.
    • Norme precise per il soggiorno temporaneo con finalità commerciali e nessuna variazione nella libera circolazione dei cittadini, da rivedere entro il 2024.
    • Tutela dei diritti dei lavoratori senza distinzioni per nazionalità.
    • Regole chiare sulle modalità di partecipazione della Gran Bretagna al bilancio UE, sugli obblighi della BCE verso la Banca d’Inghilterra (restituzione dei capitali versati a quest’ultima) e comitati ad hoc in caso di diatribe su temi economici.

    Purtroppo l’accordo May-UE viene respinto dal Parlamento Britannico.

    Il premier dopo aver cercato di dialogare con le due camere del parlamento per cercare un compromesso alza bandiera bianca: il 7 giugno 2019, come successe per Cameron, dal numero 10 di Downing Street Theresa May si dimette.

    Brexit

    Fonte: https://www.ilpost.it/

    Neanche al nuovo premier Boris Johnson piace l’accordo May-UE, infatti lo definisce “carta straccia” e promette di finalizzare a tutti i costi la Brexit!

    Ma c’è un’altra strada se l’accordo non si trova? Sì, il cosiddetto “No Deal”, ovvero la Brexit senza accordo. In questo caso, il Regno Unito dovrebbe negoziare accordi con i singoli stati membri.

    Fortunatamente l’accordo è stato trovato e ratificato il 29 gennaio 2020 dal Parlamento Europeo.

    Dalla mezzanotte del 31 gennaio 2020 la Gran Bretagna non fa più parte dell’UnioneEuropea, e inizia il periodo di transizione – dal 1° febbraio al 31 dicembre 2020 - per consentire un graduale adeguamento alla nuova situazione.

    Brexit: cosa cambia per i travelers   

    Londra, e in generale tutto il Regno Unito, è da sempre tra le mete preferite dei travelers; ma dopo la Brexit cosa cambia per i viaggiatori che intendono soggiornare in Inghilterra?

    I punti che interessano ai turisti sono principalmente due: il Passaporto e l’Assicurazione Sanitaria.

    Per tutto il periodo di transizione (1° febbraio – 31 dicembre 2020) per entrare nel Regno Unito sarà ancora sufficiente solo la carta d’identità nazionale, mentre dal 1° gennaio 2021 sarà tassativamente necessario il Passaporto; inoltre, i turisti che arriveranno in UK dai Paesi UE dovranno essere muniti di visto elettronico, da richiedere almeno 3 giorni prima della partenza. Il visto turistico ha una durata di 3 mesi, decorsi i quali, se non si è in possesso di un permesso di lavoro, bisogna lasciare il Regno Unito.

    Per quanto riguarda l’assicurazione sanitaria, sempre dal 1° gennaio 2021, le tessere sanitarie UE non saranno più valide, quindi, è sempre consigliato stipulare un’assicurazione di viaggio prima della partenza in quanto l’assistenza sanitaria non è più garantita. 

    Ultimo, ma non meno importante, il costo sul roamingtelefonico. Per tutto il periodo di transizione potrà essere utilizzato il proprio piano tariffario senza costi aggiuntivi, come stabilito dall’UE nel giugno del 2017, mentre dal 1° gennaio 2021 i travelers europei in Gran Bretagna dovranno fare riferimento al proprio operatore telefonico per gli addebiti del roaming.

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